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Arci/ Giornata internazionale della donna

Ha ancora senso celebrare la Giornata internazionale della donna? Sì, abbiamo purtroppo ancora bisogno di date simboliche come l’8 marzo fino a quando i diritti non saranno riconosciuti e garantiti a tutte, in tutto il mondo.

 

Fino a quando il corpo delle donne continuerà a essere usato come luogo di potere maschile e campo di battaglia, noi donne continueremo a manifestare il desiderio di libertà-liberazione: nelle case, nelle piazze, nelle strade, nelle guerre.

L’8 marzo è la Giornata in cui, con maggiore visibilità, noi donne occupiamo lo spazio pubblico, radicate nelle piazze e con le teste vicine al cielo. Tutte sopra la stessa terra e sotto lo stesso cielo.

Vogliamo abitare il mondo − con amore, giustizia e solidarietà − attraversando confini e conflitti, insieme alle tantissime donne straordinarie che lottano senz’armi per la vita, per la pace, per l’ambiente, per la giustizia, per i diritti, per la democrazia.

Abitare il mondo per trasformare le relazioni tra generi e per la libertà-liberazione di tutte e di tutti, insieme agli uomini che si sono affiancati a noi donne, scegliendo di rompere le gabbie in cui la cultura sessista ha rinchiuso anche loro.

Lo vogliamo fare l’8 marzo e in tutti gli altri giorni dell’anno, per continuare, insieme, a rimettere al mondo il mondo, convinte che la rivoluzione della cura sia l’unico antidoto alla distruzione del pianeta e alla crescita delle disuguaglianze.

In Iran le ragazze guidano le lotte di popolo con lo slogan ‘Donna, vita, libertà – Jin, jiyan, azadî’, ripreso dalle donne kurde che lo usano da 40 anni per indicare un modello di liberazione che immagina una società nuova, equa e democratica.

Ascoltiamo la loro voce e quella delle donne afghane, rilanciamola, continuiamo a illuminare quanto avviene in Iran, in Afghanistan, in Kurdistan. E non dimentichiamo l’ammonimento di Simone De Beauvoir: «basterà una crisi politica, economica, religiosa, perché i diritti delle donne siano messi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete stare attente alla vostra vita».

Anche qui in Italia, di fronte all’attacco all’autodeterminazione delle donne e al tentativo di rappresentarci con stereotipi e caricature. Come con il disegno di legge sull’aborto, presentato nel primo giorno della legislatura dopo le elezioni politiche del settembre scorso, e come dimostrano gli ostacoli ancora presenti per la piena applicazione della legge 194: dall’obiezione di coscienza alle scelte politiche di molte regioni, che rendono di fatto impossibile l’interruzione di gravidanza in troppe aree del Paese. Non cadiamo nella trappola della paura che vuole ammutolirci.

Quest’anno abbiamo chiesto di realizzare un’illustrazione per Arci a a Camilla Falsini. Romana classe 1975 si è inizialmente fatta conoscere soprattutto come street artist. Lo stile di Camilla è essenziale ed immediato, senza inutili fronzoli. I suoi lavori sono popolati di esseri enigmatici e simbolici, sono metafore e archetipi, sono immagini primordiali che pescano da mondi lontani, dal Medioevo e da Bruno Munari. Il simbolismo e la teoria dell’evoluzione sono i temi portanti della sua ricerca. Le sue figure sono enormi e ai loro piedi ci sono piccole architetture in primo piano. Una prospettiva al contrario. Un po’ come succedeva nell’arte egizia.

Vi ricordiamo inoltre che anche quest’anno proponiamo con UCCA un film che possa suscitare una riflessione profonda sulla condizione femminile nel regime teocratico iraniano.

Si tratta del documentario [A Como al Gloria il 9 marzo alle 19,30] Be my voice diretto da Nahid Persson (Svezia, Iran, UK, USA, Norvegia, 2021, 84′). [Arci nazionale]

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